22 April, 2009

La radio, il pastore e la mula Maria


Sono le 5.45 del mattino e il gallo canta da almeno mezz’ora.
Ualter (non è un errore, è il suo nome) è ancora un po’ alticcio, ha passato la sera prima bevendo vino di mora acido e rum della peggior specie con i compari giù in piazza.
Ha un mal di testa di quelli che pare di essere stati presi a calci da un mulo infuriato.
Si versa una tazza di zuppa di pollo con un paio di verdure galleggianti e la guarda pensieroso. Certo che è stato proprio un fesso ad accettare il primo turno del sabato mattina.
Al momento di scegliere lui è stato uno dei pochi a farsi avanti. Forse per senso del dovere, forse per farsi notare dal dirigente locale del Partito.
Ma ormai è tardi per lamentarsi e non può proprio mancare all’appuntamento.
Si infila un paio di Rayban tarocchi ma ben fatti, una giacca di pelle e stivali di gomma marroni.
Esce di casa chiudendo la porta con un calcio e giù per la via ripida lastricata di pietre.
Il paese è già in movimento, un paio di asini stanno risalendo la via carichi di sacchi di farina di mais. Ualter scarta un paio di galline e un tacchino obeso, saluta una vecchia, il prete e il proprietario della bottega affianco al telefono pubblico.
Attraversare la via principale di un paese con 90 abitanti non è mai stato facile per nessuno. Soprattutto se in quel paese ci sei nato.
Ma ora silenzio, si inizia…
“Gentili ascoltatori, oggi è il 20 di aprile e ancora buon giorno dalla radio comunitaria di Los Nevados!”
Gli scappa il microfono di mano e la voce si allontana per un istante.
“VI ricordiamo che questa emittente è stata creata e finanziata dal Ministerio del Poder Popular per le Telecomunicazioni della Repubblica Bolivariana del Venezuela e come sempre iniziamo le nostre trasmissioni giornaliere con il nostro inno nazionale – Gloria al Bravo Pueblo”.
Ualter già non c’è la fa più, vorrebbe tornarsene a casa, ma gli toccano sei ore di diretta.
La zuppa di pollo non sta dando gli effetti sperati, questa volta sarebbe dovuto passare direttamente al succo di Papaya misto a uovo e caffè.
Ma dai, dai, dai!!! Anche oggi gli toccherà portare a casa il 100% di share visto che è l’unica emittente nel raggio di 150 chilometri.
Radio Los Nevados è stata creata 6 mesi fa nell’ambito di un progetto di sviluppo delle comunità montane isolate dal mondo. Serve una vasta area delle Ande nella parte sud occidentale del Venezuela dove sono presenti più di cinquanta villaggi contadini.
A Los Nevados ci sono 10 case e una chiesa. Si raggiunge con un comodo viaggio di 4 ore a dorso di mula. La strada è ripida, piena di buche e a picco su un precipizio interrotto solo da cactus e generici arbusti spinosi.
La mula poi ti fa penare perché a metà della salita si ferma e aspetta un segno divino per ripartire. Se sei fortunato il segno arriva dopo un quarto d’ora, altrimenti ti arrangi.
La mula poi alla fine della salita ha fame e sete. E se trova erba e acqua di nuovo ti arrangi perché non la scolli più per un altro quarto d’ora.
Ricordo che Bud Spencer nel film “Continuavano a chiamarlo Trinità” parlava nell’orecchio ai muli e questi partivano come treni salvando tutti quelli che c’erano da salvare. La mia mula invece mi guarda piena di compassione e scuote la testa. Mi spiegano per colpa dell’accento italiano.
Io, Nastassjja ed un paio di cooperanti lituani che non brillano certo per loquacità arriviamo in paese in tarda mattinata. Che dolore alle chiappe.
Il nostro amico Ualter, pastore di professione e deejay freelance, ha intanto lasciato il testimone alla lavandaia Yasmirla, la quale sta leggendo il notiziario di mezzogiorno arrivato per fax direttamente dalla sede di Caracas del Partito.
Lo hanno avvisato del nostro arrivo, ci offre un bicchiere di Coca Cola socialista e si offre gentilmente di farci da cicerone.
Nel paese gode di fama indiscussa, due ragazzine adolescenti gli corrono incontro appena lo vedono.
Sembra proprio che si sia fatto dei fans!

25 March, 2009

Battaglie


Ramirez si gira verso destra, poi verso sinistra, basso sulle gambe, si guarda intorno circospetto.
Come un gladiatore nell’arena in attesa di essere attaccato da una bestia feroce ha tutti i sensi in allerta, non si fa scappare niente di quello che succede intorno a lui.
Gli occhi neri da lupo brillano nella notte, anche se è giorno.
La ciabatta rosso fuoco raschia sulla superficie di cemento.
Ne ha una sola, l’altra gli è stata rubata, ma è fermamente deciso a riprendersela.
A qualunque costo.
Non avrebbe mai pensato di arrivare fino a questo punto, ma gli eventi alle volte non si controllano, semplicemente ci sfuggono di mano.
Anche a Ramirez sono sfuggiti di mano, e la situazione in cui si è venuto a trovare lascia aperte ben poche possibilità.
Perire arrendendosi o perire combattendo, questo è l’interrogativo.
Perché sempre di perire si tratta quando sei solo contro cinque energumeni armati di scope.
Ma lui è stato addestrato a questo, sa perfettamente a cosa va incontro.
Sei anni passati in Fundacion Don Bosco ti cambiano dentro, nella testa, ti insegnano ad diventare un guerriero.

Indietreggia lentamente, senza perdere d’occhio i suoi avversari.
Si avvicina alla porta del bagno, passo dopo passo, ha un piano in mente, un’ancora di salvezza che forse potrebbe fargli guadagnare un po’ di tempo.
Accenna ad un sorriso, una sorta di ghigno furbesco, di sfida, si sta rendendo conto che non tutto è perduto.

Gli attaccanti sbraitano e ridono, si sentono superiori, i due più grossi fanno roteare le scope sopra la testa.
Daniel, il più basso, fa schioccare sul pavimento un asciugamano da doccia azzurro alzando tutto intorno nuvole di polvere.
José, intanto, minaccia con un cestino della spazzatura pieno di carta igienica sporca di cacca.
Arma biologica di distruzione di massa, non coperta tra l’altro dall’assicurazione del Servizio Civile, svelto mi sposto un po’ in disparte.
Antor lo zoppo ha recuperato chissà dove un ramo verde con annessa foglia di banana e lo maneggia come un fioretto. Farebbe tremare le gambe a Dartagnan.

I cinque sono decisi a chiudere la questione in fretta, hanno giocato abbastanza con la loro preda.
Incalzano Ramirez con i manici di scopa, se riescono a spingerlo nel bagno per lui è finita.
Improvvisamente urla sguaiate si alzano dal gruppo, la furia del combattimento cancella ogni parvenza di umanità, asciugamani, spazzoloni e foglie di banana si confondono nel guazzabuglio di corpi.
Ramirez come un felino salta oltre la soglia del bagno, sa che ha lasciato qualcosa per terra dopo aver finito le pulizie giornaliere.
Seconda porta a destra, sbatte contro il metallo nero, scivola sul pavimento bagnato, gli altri gli sono addosso.
Con un calcio al ginocchio fa capitolare il grosso Richard, riesce ad allungare la mano, basta solo un poco di più…
Un ruggito animalesco fa tremare il tetto di lamiera.
Colti dal panico i cinque aggressori si scavalcano pestandosi per cercare salvezza all’esterno della stanza.
Ramirez è riuscito a mettere le mani sull’unica arma capace di sconfiggere un esercito intero senza alcuna fatica.
Lo straccio sporco con cui ha pulito i gabinetti.

La battaglia ora è finita, l’aria fresca spazza via l’odore del combattimento.
Sul terreno per oggi non rimangono corpi, solo le armi abbandonate dai contendenti.
Si è profilato un nemico peggiore all’orizzonte e bisogna unire le forze per contrastarlo.
Ha varcato la soglia il maestro di matematica.

11 March, 2009

Rotta al Salto Angel

Sono le 7 di sera e il terminal degli autobus di Merida è affollato come al solito. Questa volta però è anche pieno di tedeschi con lo zaino in spalla e i sandali con le calze.
Io Taiko e Sara siamo diretti a Ciudad Bolivar, nella parte orientale del paese, per andare a fare conoscenza con il Salto Angel, la cascata più alta del mondo, e per passare un paio di giorni a grattarsi i piedi sotto le palme nel ridente paesello di Santa Fe.
Sono circa 26 ore di viaggio in autobus, ma questa volta ho caricato il l’iPod, mi sono lavato i denti prima di uscire di casa e ho portato la copertina per combattere contro l’aria condizionata.
Parto fiducioso
Dopo circa 10 minuti di viaggio la giapponese inizia ad annaspare tra i sacchetti di plastica sotto i sedili.
Ne viene fuori che grazie alla ferrea organizzazione nipponica a cui è stata abituata fin da bambina ci ha preparato la cena.
Apro il contenitore di alluminio e ci scopro, in sequenza, riso, verdurine e tocchetti di pollo arrosto.
Ancora caldi.
Nella busta ci ha messo il tovagliolo, la forchetta e il coltello. E poi la torta allo yogurt.
Un indescrivibile odore di cipolla inizia a espandersi tra i sedili. Il primo commento mi arriva dalla mia vicina di sinistra. Poi si volta quello davanti a vedere che succede, poi quello lontano due sedili, ciccione, inizia a far battute interessate in cui ci chiede se ce ne cresce un po’anche per lui.
No, è mio! La prossima volta conosciti il tuo giapponese personale.

Arrivati a Ciutad Bolivar bisogna prendere un aereo. Canaima, l’accampamento di indigeni dove siamo diretti, è in mezzo alla selva e non ci sono strade.
Il diligente addetto al controllo bagagli mi fa notare che nello zaino ho due coltelli, di cui uno a forma di machete, e uno spray infiammabile, che la legge internazionale proibisce di portare a bordo.
Io gli faccio notare che siamo in culo al Venezuela e che il tutto è nel bagaglio da imbarcare nella stiva, come mi hanno sempre insegnato a fare.
E lui a sua volta mi fa notare che il trabiccolo su cui sto per salire non è dotato di stiva.
Ah.
Però se proprio voglio lui può dare tutto al pilota che li mette in una cassaforte e poi me li ridà una volta arrivati.
Ah.
Però il pilota, ancora prima di salire a bordo, mi chiede qual è il mio zaino e ci rimette tutto dentro.
Ah.

L’aereo è un Cessna a 6 posti dotato di una poderosa elica a pedali. Il pilota è un tipo simpatico e parla in continuazione. Gesticola per sovrastare il rumore del motore e a ogni sbracciata lascia il timone e l’aereo si sbilancia verso destra.
Sono esperienze che segnano.
Dopo un’ora di viaggio atterriamo malfermi su una pista di terra battuta. L’aeroporto è una capanna con il tetto di frasche un po’ più grande delle altre.
Un ragazzetto ci corre incontro con un casco di banane.
Ci aspettano 4 ore in canoa, ma il tempo è bello e non ci sono neanche troppe zanzare.
Il mezzo è stato costruito scavando un unico troco di un unico, immenso, albero tropicale. Seduti comodi ci stiamo in 8 più la guida che si chiama Churum e gli zaini.
Il fiume è largo e l’acqua azzurro cielo. Tutto intorno l’immensa foresta tropicale è interrotta solo da delle gigantesche formazioni rocciose, lunghe fino a 50 chilometri, caratteristiche di questa zona: i tepui.
E proprio da questi altopiani che si formano le numerosissime cascate che si possono vedere lungo il tragitto. Le pareti rocciose scendono a picco per centinaia di metri senza incontrare ostacoli e senza la presenza di vegetazione.
Tutta l’area è percorsa da una serie di corsi d’acqua che si intersecano tra loro e sono da sempre stati utilizzati dalle popolazioni indegene come vie di comunicazione tra i villaggi.

Questo è il periodo secco, ma il cambiamento climatico si fa sentire anche qui. Churum ci dice che è la prima volta da quando è nato che si riesce a risalire il fiume nel mese di febbraio.
Vabbé che ha solo una ventina d’anni, però fa impressione lo stesso.
Continuando la risalita il percorso diventa più tortuoso e iniziano a vedersi qua e là dei grossi massi sotto il pelo dell’acqua.
Superiamo tutta una serie di rapide, il guido fa miracoli, noi ci laviamo fino alle mutande ma siamo felici come bambini a Gardaland.
Improvvisamente la canoa si mette di traverso. L’acqua inizia ad entrare dai fianchi, mi volto per cercare la guida e la vedo immersa nel fiume fino alle spalle che tenta di raddrizzare il mezzo.
Dopo 30 secondi di sforzi vani capisce che non ce la può fare.
Tutti giù a spingere!
Lascio la macchina foto a Sara e mi butto in acqua con gli altri ragazzi.
Con la nostra forza bruta lottiamo contro la corrente impetuosa.
3…2…1…spingere!!!!!!!
Niente di niente, siamo incagliati con i fiocchi questa volta. O forse il problema è la nostra forza bruta…
Riproviamo e riproviamo, già inizio a pensare a cosa posso salvare dallo zaino prima che il fiume se lo porti via per sempre.
Ci sarebbero quelle mutande a quadretti…..
Improvvisamente da dietro un’ansa spunta un’altra canoa, ci vede e fa rotta verso di noi.
Saltano tutti giù per aiutarci, la solidarietà fluviale, agguantiamo l’imbarcazione e….vai che si muove!
Anche per questa volta le mutande sono salve.
Arriviamo a riva stanchi morti, ma la Churum come per magia tira fuori una cassa di birra da sotto un telo.
Ahhhhhhhhh, che soddisfazione.
Dopo poco ripartiamo. Un’altra ora di navigazione, un paio a piedi, e...
…937 metri di caduta libera.
Il Salto Angel, la cascata più alta del mondo.
L’acqua è fredda, ma un bel bagno non me lo toglie nessuno.

06 February, 2009

Road to Machu Picchu 2


Per raggiungere il paese di Agua Caliente, da dove inizia un’altra scalinata Inca per salire al Machu Picchu, non ci sono strade. O ci arrivi col treno o ci arrivi camminando sui binari come un treno.
Il taxi sgangherato ci scarica di fronte alla centrale idroelettrica. Un tempo orgoglio della valle ora è un ammasso di lamiere con un paio di guardie armate che ci girano intorno fumando sigarette per passare il tempo.
Da quel punto partono i binari abbandonati di quella che una volta era la ferrovia che arrivava fino al paese di Santa Teresa. Costruita niente di meno che con il contributo del National Geographic, quando il mondo era ancora esplorato da gentiluomini inglesi con il cappello rotondo, alcuni anni fa è stata in parte distrutta da un’alluvione e non più ricostruita.
Partiamo quindi seguendo la ferrovia che si addentra nella foresta. E’ quasi sera e siamo praticamente gli ultimi. Dietro di noi c’è solo un gruppetto di tedeschi che tentano di far funzionare due casse per l’I-Pod a batterie perché senza la tecno proprio non possono stare.
Il cammino è abbastanza agevole, si passeggia sulle traversine di legno che uniscono i due binari, e il panorama è bellissimo.

Sembra di essere nel Borneo o qualche posto simile. Tutto intorno a noi delle montagne altissime coperte di vegetazione, con le nebbie serali che piano piano stanno salendo verso la cima.
L’unico problema è che in effetti si sta facendo sera e il cammino non è particolarmente illuminato.
Intanto è sparito anche il gruppo di tedeschi, ma incrociamo un ragazzo che sta tornando indietro solo e mezzo zoppo.
-Salve buonuomo, quanto manca al paese?
-Due ore e mezza, non di più...

EHHHH???? Ma se stiamo già camminando già da due ore! Niente, mi sa che il taxista ha accorciato un po’ i tempi nelle sue indicazioni.
Il problema di camminare su una rotaia abbandonata quando fa buio è dato in particolare da quella specie di ghiaia a pietre grosse che viene messa tra i binari. Le classiche pietre da ferrovia. Che però, essendo abbandonata, un po’ ci sono e un po’ no. Così tu cammini dove ci sono e poi, puff, ti ritrovi in un buco di 20 centimetri dove non ci sono.
Ma niente paura!
Al mercato del tarocco di Cuzco ho comprato una lampada frontale cinese a led potentissimi stile faro. E la confezione giura che le batterie dura 120 ore! Questa si chiama “soluzione”.
Che non si accende…
Cinesi, mi han già fregato una volta…
…e invece no! Magicamente la valle intera viene illuminata da un fascio di luce divino che splende nella notte. Bastava colpirla con leggera violenza e il gioco era fatto.
Io guido la spedizione, Federico anche lui cià un piletta, ma è una patacca di quelle che si ricaricano a manovella e la luce non arriva alla punta dei piedi. Carla intanto sta cantando canzoni della vecchia tradizione italiana per non pensare alla morte incombente.
Ormai è buio buio, ma non buio che si vede qualcosa, proprio buio che non si vede niente. Ma noi si continua impavidi, manca una manciata di chilometri, o almeno si spera.
E poi si mette a piovere.
Ma non pioggerella pioggerella, pioggia tropicale! Di quella che dopo trenta secondi ha già modificato la configurazione orografica del territorio, creato un nuovo fiume e fatto franare tre montagne.
Intanto il rumore del fiume che scorre accanto alla ferrovia aumenta da sussurro a rombo tremebondo.
Dopo mezz’ora siamo zuppi fradici, e ormai, dopo quasi quattro ore di cammino e un viaggio di 12 ore, anche un po’ stanchi. Carla sta finendo il repertorio dei classici della canzone italiana, passiamo a “Il triangolo no” e “Funcky Tarro” per tirarci su il morale.
Un buco buio appare davanti a noi. E’ una galleria. Sono le 8 e ciò anche un po’ fame, ci dividiamo quindi un pacchetto di ritz alla crema al formaggio sbriciolati. E poi una manciata di foglie di coca da masticare.
Dopo qualche minuto ripartiamo, passiamo davanti ad una stazione abbandonata stile paese fantasma nel Far West.
E poi, girata la curva, scostato il ramo, superato il dirupo e guadato il ruscello…
…una luce!
Dal nulla compare la prima casa del paese. E’ un albergo di lusso con la sauna e la Jacuzzi nei bagni.
Ma si può? Ma almeno una baracca di legno, una cosa un po’ più consona al paesaggio, due vecchi che mangiano la zuppa di gallina…
E invece siamo arrivati in un specie di Las Vegas piena di lucine, ristoranti, alberghi e turisti biondi con i pile North Face.
Andiamo a contrattare il prezzo di una pizza al prosciutto e patatine fritte.

29 January, 2009

Road to Machu Picchu 1


Cuzco si trova nella parte più meridionale del Perù. La zona e’ montagnosa, quasi tutta sopra i 3000 metri, ma data la vicinanza con il tropico non si nota particolarmente. Era l’antica capitale degli Inca e fortunatamente un discreto numero di costruzioni sono sopravvissute al saccheggio dei conquistadares.
I dintorni della città hanno una particolarità: se ci sono più di quattro pietre ammucchiate si e’ per certo di fronte ad una rovina Inca. Se le pietre sono dieci o più stiamo già ammirando un sito protetto dall’Unesco e di valore inestimabile.
Certo è che i pastori locali hanno delle tecniche costruttive di muretti che molto si avvicinano a quelle Inca…
Alle 8 del mattino stiamo già contrattando il prezzo del biglietto con l’autista del minibus.
Il posto è affollato, c’è odore di pannocchia arrostita. In molti paesi del Sud America i treni praticamente non esistono ed i terminal degli autobus sono come delle enormi stazioni dove si concentra la quasi totalità dei viaggiatori.
Il furgone avrebbe 7 posti e ovviamente siamo in 10. I miei vicini si compongono di una mamma cicciona, la figlia obesa ed il fratello sovrappeso. Faccio un po’ troppo contatto con il finestrino, ma tutto sommato è sopportabile.
Siamo diretti a Santa Maria, prima tappa per arrivare al Machu Picchu, una delle 7 meraviglie del mondo e meta principale del nostro viaggio. Potevamo prendere il treno, la linea Cuzco – Machu Picchu è una delle due esistenti in Perù, ma è esageratamente turistico e per 3 ore di tragitto ti chiedono 60 dollari.
Così, da bravi esploratori, decidiamo per l’avventura.
Il tempo è variabile, la notte ha piovuto, ma filtra qualche raggio di sole e le campagne collinose del Perù ricordano la Svizzera.
Ci sono anche le mucche.
L’unica differenza sono i mattoni di fango ed i tetti di lamiera con cui sono costruite le case.
L’autista decide che è meglio prendere una scorciatoia su per una strada di fango, ma dopo 50 metri il furgone di mette per traverso e allora perspicacemente capisce che finchè c’è una strada asfaltata forse non è così male usarla.
La via si inerpica su per un massiccio roccioso, siamo scesi a 1800 metri e dobbiamo tornare a 4000 per valicare la montagna. Poco a poco che si sale l’aria si fa più rarefatta e la difficoltà a respirare si sente, ma dopo le scalinate percorse nei dintorni del lago Titicaca questa è una frivolezza da femminucce.
La strada si fa sempre più stretta, inizia a comparire la nebbia e come al solito si corre sul ciglio di uno strapiombo senza protezioni. Ogni tanto incrociamo una frana, si fa lo slalom in mezzo ai pietroni e poi si riparte. Se la frana non chiude completamente la strada non si vede il motivo di ripulirla. Dopo alcuni anni ci crescono sopra le piante e diventa parte del paesaggio.
Ricominciamo a scendere e come per magia rispuntano le piante di banane. L’asfalto finisce e le ultime due ore sono una gara con un pick-up locale a chi prende le buche più profonde.

Arrivati nel paesello di Santa Maria, trenta anime e la sagra del mango, saliamo su un pulmino ancora più scassato e con ancora più gente di prima in direzione di Santa Teresa. Dietro di me è seduta una australiana che maledice il giorno in cui ha deciso di fare un viaggio no alpitour e passa il tempo a spalmarsi strati di crema solare di quella che ti lascia il naso bianco per tre giorni.
Altre due ore, altre gare di buche, altre strade polverose. Anche qui il terreno frana praticamente ogni anno portandosi letteralmente via la strada. E quindi ci sono un paio di ruspe che tutto l’anno si occupano di ridarle una forma e che ci bloccano per un tempo indefinito. Proprio oggi dovevano ridarele la forma!
Il famosissimo paese di Santa Teresa è composto da un agglomerato di baracche nel mezzo di una piantagione di banane. Il furgone non va più avanti di così, ma abbiamo visto le foto delle acque termali che ci sono da queste parti e si ricontratta con un taxi per farci portare. Nel bel mezzo della giungla, a kilometri dal primo centro abitato, tale taxi viene fermato da una pattuglia della polizia in moto e gli viene fatta una multa perché l’autista non aveva la cintura di sicurezza...
E’ la prima volta dopo mesi, e proprio qui nel mezzo del nulla, che vedo la polizia fare una ricevuta per il pagamento. Una ricevuta! Manco una tangentina!!! Ma dove siamo finiti…


…nella piscina di acqua calda termale più grande che abbia mai visto! E ci sono anche le cascatelle.
Ci voleva proprio.
Purtroppo ancora non sapevamo cosa ci avrebbe aspettato nelle 5 ore seguenti.

15 December, 2008

Anche in Venezuela si fa il pino di Natale


Lungo la via principale di Merida, una stradina dove ci passa una macchina alla volta e per questo con una perenne coda, è un po’ più Natale che nel resto della città.
Ai venezuelani piace decisamente cimentarsi nella difficile arte degli addobbi natalizi. Ma con una particolarità fondamentale.
Devono essere pacchiani.
Tutto è dorato e luccicante, un’esplosione di lucine colorate made in China e di festoni fatti con reti da pesca spruzzate di perline.
Nella via principale di Merida ci sono almeno 27 negozi di addobbi natalizi.
Tutti cinesi, hanno sbaragliato la concorrenza e conquistato il monopolio.
I cinesi…
E poi piacciono molto anche i pupazzi di neve. Qui ci sono 24 gradi tutto l’anno, ma ogni negozio che si rispetti in questo periodo tira su un pupazzo di neve gonfiabile. Con tanto di sciarpa e di carota come naso.
E più sei importante più il pupazzo è grosso.
La panaderia vicino all’ufficio ha un bestione di quasi 3 metri.
Emanuela, che non sa tenere le mani a posto, si è messa a toccargli il naso/carota e quasi faceva cadere tutto. Tre metri di pupazzo che si spatafasciano al suolo. E’ stata fortunata ad uscirne indenne.
La direttrice della Fundacion una mattina mi corre incontro sulla porta. E’ tutta accaldata e sembra che qualcosa la preoccupi particolarmente.
Hanno fatto l’albero di Natale, ma le lucine dell’anno scorso non si accendono.
NOOOOOOOOOO!!!!
Bisogna rimediare in fretta, c’è poco tempo.
Io e Sara mettiamo in moto la potente motocicletta New Jaguar 150, cinese anche quella, e sfrecciamo verso il centro.
C’è un traffico terrificante, tutti stanno andando a comprare le lucine di Natale. Ci infiliamo tra la coda e finalmente davanti a noi si apre la mecca del kitch: la Ferramenta Cinese.
Per entrare bisogna lasciare lo zaino alla guardia armata sulla porta, non sia mai che mi freghi una confezione di animali da presepe in plasticaccia.
I corridoi tra gli scaffali sono minuscoli, tutto è ammassato fin quasi al soffitto. Se ti incontri davanti una signora con il culo grosso sei bello che fregato, non si passa. Come con i camion sulle strade di montagna, si aspetta che abbia finito di scegliere tra 36 tipi di palline colorate differenti.
Supero con una capriola carpiata un gruppo di marmocchi e metto le mani sulla pila di lucine.
Due pacchi da 100 dovrebbero bastare per un albero…
Prezzo totale 2 euro e 40 centesimi.
Grazie cinesi.

03 December, 2008

Il medico cubano


La strada per raggiungere il Paramo è stretta, ci passa a mala pena una macchina per volta. Siamo a 3300 metri, poca cosa per la media delle Ande, ma la vegetazione non è così fitta come altrove.
Un prato qua, una pecora la, un contadino ara con un aratro trainato da una coppia di buoi. L'attrezzo è in legno, come quello che c’è in Age of Empire II e non pensano di cambiarlo perché hanno sempre fatto così.
Mi sembra una ragione sufficiente per non indagare oltre.
Ci fermiamo con il Ford “Explorer” in uno spiazzo a lato della strada. A dispetto del nome con l’”Explorer” si esplora ben poco perché è un barcone con il cambio automatico e con un problema alla centralina che lo fa spegnere ogni 10 minuti.
E però è grosso e ha i vetri oscurati, quindi dentro ti senti figo e lo usiamo lo stesso.
La nostra meta finale sarebbe un allevamento di vermi, lombrichi per la precisione, perché qui si allevano i vermi per fertilizzare la terra. E’ un super progetto con partecipazione diretta della gente dei villaggi e tutti i crismi del caso. E però, con quello che ci producono, si e no riescono a fertilizzarsi il giardino di casa, quindi ultimamente è un po’ in declino.
Ma l’importante è partecipare e poi sono tutti orgogliosi che degli stranieri vadano a visitarli.
Mentre torniamo alle auto passiamo davanti ad una casetta che stona decisamente con il paesaggio. Ha le pareti intonacate di arancione e il tetto di tegole.
Mentre si commenta questa stranezza un signore alto, abbronzato, pelato e sorridente esce dalla costruzione e ci viene incontro.
Dei forestieri! E’ sei anni che vive qua e non ha visto altro che montanari e formaggiai. E con tutto rispetto del formaggio, quello affumicato è ottimo e puzza il giusto di stalla!
Lui è cubano e fa parte di un esercito di 61.000 medici cubani presenti in questo momento in Venezuela. Fa parte di un progetto che si chiama Barrio Adentro.
Chavez si sveglia una mattina e capisce che il Venezuela non ha abbastanza medici e quelli che ci sono sono delle patacche. Più o meno nello stesso istante la famiglia Castro si sveglia e capisce che Cuba ha un pacco di medici con le palle, ma gli manca il petrolio.
E allora facciamo un accordino! 61.000 medici cubani in Venezuela nel giro di 2 anni, 12.000 studenti venezuelani a Cuba e altrettanti addestrati in loco da professori cubani.
I litri di petrolio in viaggio non si contano.
Il Dott. Pedro Alvarez ci invita ad entrare, è ansioso di farci visitare l’ambulatorio. Nella sala d’attesa ci sono due libri a disposizione su un tavolino basso. Uno si intitola “Chavez Nuestro” e apre con una preghiera sulla falsa riga del “Padre Nostro”, ma al posto del padre c’è Chavez.
L’altro è su Fidel Castro ed il suo epocale viaggio in Sud America che ha cambiato il mondo.
Quando ci parla di Fidel usa l’espressione “il nostro comandante”. E’ a dir poco credente, al muro ha incorniciato un foglio con alcune righe stampate come fosse una preghiera.
E’ la definizione di Rivoluzione.
Lui cura di tutto, ma è un esperto di parassiti intestinali. Le medicine sono gratuite per tutti e prodotte interamente a Cuba. Hanno delle etichette bianche con sopra il nome e basta. Niente loghi di multinazionali o scatole di 30 centimetri per 10 pillole. Semplici e funzionali, ma gli antibiotici vanno come mentine.
Nell’ambulatorio ci vive pure, così se hai bisogno lo trovi 24ore su 24. Ha una stanzetta sul retro e una piccola cucina fornita.
Gli piace vivere in montagna, gli ricorda il villaggio dove è nato, ma non ha molti clienti. La struttura serve parecchi paeselli, ma se contano 50 abitanti l’uno è dir tanto.
E così è proprio contento di vederci. Non ci vuole fare andare via e accende lo stereo mettendo salsa e merengue.
Afferra una signora parigina del gruppo e si mette a ballare “Pueblo, Socialismo o Muerte”, la colonna sonora delle elezioni appena passate.
Ditemi cos’altro avrei potuto fare se non sedermi su una roccia a guardare mangiando fragoline di bosco.
Entusiasmante!